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Mag 13, 2020

Dal COworking010 al COvid19

dal-COworking-al-COvid
Sono arrivata per ultima. Ci ho ragionato per un po’, perché sono da poco diventata una donna adulta e le donne adulte pensano prima di prendere una decisione. Ho preso un foglietto e l’ho piegato in due. Pro e Contro. Ho messo le mie crocette ordinate e ponderate, riletto riso e strappato. Perché una donna adulta alla fine può prendere una decisione che non sia la somma sterile di un insieme di pro. E poi pro mi fa pensare a problemi quindi preferisco contro, che sa di controvento necessario per far decollare gli aerei, quelli delle grandi imprese, oppure quelli piccoli di chi vuole trovare un posto dove annaffiare il proprio sogno in pace. E il mio posto l’ho trovato. Sulla carta numero 8. Cioccolata fondente, caramelle alla menta e sigarette nel primo cassetto. Libri irrinunciabili a destra, scotch e forbici davanti a me, post-it rosa a sinistra. Lo Spazio è stata la mia meta per trenta giorni.

Scandisco bene T-R-E-N-T-A. Cosa sono trenta giorni- trenta- su quattordicimilaseicento circa? razionalmente lo traduco in poca roba.  Ma qualcosa dentro stona. Manca qualcosa. Qualcosa manca. Cerco di minimizzare, ricordandomi di un nonsochi parecchio titolato che diceva che non si sente la mancanza di un posto. Ora so che non è vero. Non se sai riconoscerci dentro occhi, parole, risate, musica. E sorrido ai visi che all’improvviso saltano fuori in un rewind affollato che sa di assembramento. Volti estranei, prima delle tisane delle sei in cui abbiamo sciolto timidezze e intinto battute agrodolci. Poi, il Co-vid 19. Ha il muso nero del lupo su cui si continua a scherzare fino a che non te lo trovi faccia a faccia. Lo scruti non sapendo bene come muoverti, nel terrore che ti urli addosso un fulminante Stella! che ti fa tornare tre passi indietro e ti costringe a pagare pegno. Da un giorno all’altro lo Spazio si svuota. Per un senso di responsabilità individuale prima, per decreto poi. Ci riposizioniamo dentro le nostre case, facendoci largo tra figli e abitudini. E mentre il mondo si affaccia dai balconi per applaudire e cantare, noi ci sporgiamo dai monitor di computer e tablet per confrontarci su mascherine, guanti e spesa online, fare ginnastica, prendere parte ad aperitivi virtuali. Lo Spazio da luogo diventa modo di affrontare un mai immaginato prima lockdown. Accanto no, insieme si. Per tenderci le mani e scrutare capelli striati d’argento che raccontano di parrucchieri chiusi, addominali addolciti dalle scorte di lievito e farina, sul sottofondo di storie di cronaca che fanno piangere e ridere.

Scandisco di nuovo T-R-E-N-T-A ed emotivamente lo traduco in tanta roba. Una copertina di linus sotto cui accovacciarsi per osservare il mondo due mesi fuori dal tempo.

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